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Bandiere, banderuole e l’arroganza del potere

Alla vigilia dell’inizio del campionato di Serie A, sono molto onorato di inaugurare il nostro sito nella sua nuova veste grafica con un articolo che intende esprimere il disagio che prova un vero sportivo davanti ad un’attualità che conferma l’impoverimento tecnico e morale del calcio italiano. Abbiamo assistito al mesto spettacolo di tanti ammaina-bandiera, alcuni dei quali caratterizzati da evidenti cadute di eleganza delle Società, come nel caso Del Piero, o di alcune tifoserie, come parte della nostra, nei confronti di Balzaretti e Migliaccio. Per fortuna, abbiamo anche visto giocatori come De Rossi che rinunciano a cospicui vantaggi economici per rinnovare il messaggio d’amore e fedeltà alla propria bandiera. Certo, si dirà che è facile “accontentarsi” di uno stipendio di sei milioni all’anno. Però, visto dalla parte del tifoso, mi piacerebbe tanto assistere alla scena di un giocatore della mia squadra che convoca una conferenza stampa per dichiarare che lui non ha alcuna intenzione di cambiare bandiera. Perché egli stesso è una bandiera.

Quale differenza di stile nei confronti di banderuole come Silvestre che, venuto dal Catania, al culmine della gioia per il gol segnato al Chievo, agita la maglia sotto la curva come fosse una bandiera per farsi ammonire e anticipare le vacanze e pochi minuti dopo dichiara l’intenzione di andarsene. O come quell’estroso di Cassano che, dopo aver giocato in squadre storicamente nemiche dell’Inter, dichiara che finalmente è giunto nella squadra per cui aveva sempre tifato. Non c’è che dire: solo alla “pazza Inter” un Pazzi..ni poteva essere sostituito da un pazzo autentico.

Momenti di pazzia si vivono anche in casa della strisciata per antonomasia, quella in cui si ritiene che i “quattordici milioni di tifosi” garantiscano l’impunità con valenza retroattiva e la facoltà di aggredire a mezzo stampa i poteri istituzionali di riferimento. Prima quella volpe di Agnelli con la manfrina delle tre stelle. Che se non gliele fanno mettere, lui fa scrivere sulle maglie e allo stadio “Trenta sul campo”. Poi l’esilarante pretesa, sempre da parte della stessa “volpe”, di non far pagare alla Juventus il prezzo di un illecito compiuto dal proprio allenatore solo in quanto avvenuto quando era al Siena. A seguire, le dichiarazioni del fratello scaltro di Lapo Elkan che, rispondendo a Zeman che aveva il solo torto di dar voce a tutti gli italiani non-juventini, gli ha ricordato di “aver vinto in tutta la carriera meno di quanto abbia fatto Carrera in una sola partita”. Peccato che quella vittoria, più che di Carrera, sia stata merito dell’arbitro Mazzoleni. Quindi la richiesta di patteggiamento della pena, che indica un’ammissione di colpa, presentata dagli stessi avvocati di Conte e rifiutata dagli inquirenti. Ed infine, alla conferma della condanna, le stomachevoli dichiarazioni di Conte e del suo avvocato che, in attesa del grado definitivo di giudizio, trovano sensato aggredire i “giudici tifosi” ipotizzando che il colore della propria bandiera possa influenzare le decisioni di un Collegio Giudicante. Ma che bella lezione di stile da parte di chi era definita “la signora del calcio italiano” e che oggi, più che mai, incarna l’arroganza del potere. Quella di chi ritiene di essere al di sopra delle regole e di chi quelle regole è deputato a far rispettare.

Alla vigilia del primo calcio d’inizio, affrontiamo la nuova stagione con una certa mestizia per il ridimensionamento del nostro calcio, del valore dei nostri stipendi e del nostro Paese. Certo, per noi rosanero, ci sarebbe da tremare al pensiero che dalla squadra che si è salvata per miracolo sono usciti Viviano, Silvestre, Balzaretti e Migliaccio e che, a parte il solo Rios, i loro sostituti appaiono meno affidabili. Ci sarebbe da pregare la Santuzza affinché preservi i muscoli dell’unica bandiera che ci è rimasta. A rincuorarci l’impressione che la guida tecnica sia migliorata e, soprattutto, il fatto che il livello tecnico complessivo della Serie A si è ancora abbassato. Buon campionato a tutti e, comunque la si pensi sulla conduzione del Palermo, ricordiamoci sempre che il Palermo è nostro. Noi, la nostra bandiera non l’ammaineremo mai.

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